La cooperazione può essere protagonista anche dell’economia digitale

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Per troppo tempo abbiamo raccontato la cooperazione come una risposta alle disuguaglianze del Novecento. Io credo invece che possa essere una delle risposte più moderne alle disuguaglianze del XXI secolo.

Oggi una parte crescente della ricchezza mondiale nasce dai dati. Ogni giorno cittadini, lavoratori, professionisti e imprese producono informazioni che hanno un enorme valore economico. Eppure questo valore finisce prevalentemente nelle mani di poche grandi piattaforme tecnologiche.

È una dinamica che conosciamo bene: il valore viene prodotto da molti, ma il potere economico tende a concentrarsi in pochi.

È proprio qui che la cooperazione può tornare ad avere una funzione straordinariamente attuale.

L’esperienza delle cooperative dei dati e la proposta del cosiddetto cooperativismo documediale indicano una strada interessante: organizzare cittadini, imprese e comunità affinché possano partecipare democraticamente alla gestione dei propri dati e anche alla distribuzione del valore economico che questi generano.

Non significa essere contrari alla tecnologia, alle grandi imprese o all’intelligenza artificiale. Significa esattamente il contrario: governare l’innovazione evitando che produca nuove forme di esclusione e nuove concentrazioni di ricchezza.

È lo stesso principio che continuo a sostenere parlando delle piccole e medie imprese e delle cooperative: non possiamo costruire un’economia nella quale soltanto chi è già grande dispone degli strumenti necessari per diventare ancora più grande.

La trasformazione digitale rischia altrimenti di accentuare questa distanza.

Le cooperative potrebbero invece diventare aggregatori di competenze, tecnologie e dati, consentendo anche alle piccole imprese di partecipare all’economia digitale senza essere semplicemente clienti o fornitori delle grandi piattaforme.

E penso soprattutto al Mezzogiorno.

Università, cooperative, imprese, pubbliche amministrazioni e territori producono ogni giorno una quantità enorme di informazioni che potrebbe diventare patrimonio condiviso per migliorare servizi, ricerca, sanità, mobilità, edilizia, ambiente e politiche sociali.

Occorre però avere il coraggio di investire.

La politica e lo stesso movimento cooperativo devono comprendere che la cooperazione del futuro non sarà soltanto quella che conosciamo oggi. Accanto alle cooperative sociali, agricole, di produzione e lavoro, di abitazione e di servizi dobbiamo immaginare cooperative capaci di operare nell’intelligenza artificiale, nella gestione dei dati e nelle nuove infrastrutture digitali.

Perché il principio rimane quello di sempre: unire ciò che singolarmente sarebbe più debole per renderlo collettivamente più forte.

È questo, in fondo, il significato più profondo della cooperazione.

Cambiano gli strumenti, cambiano i mercati, cambiano le tecnologie. Ma davanti alle nuove concentrazioni economiche torna attuale una domanda antica: chi governa la ricchezza prodotta e come viene distribuita?

La mia risposta continua ad essere la stessa: più partecipazione, più democrazia economica e più cooperazione.

Per questo credo che il movimento cooperativo debba avere il coraggio di entrare da protagonista nella rivoluzione digitale.

Non per difendere il passato, ma per costruire il futuro.

Sabatino Nocerino- Progetto Civico Italia Campania

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