SUPERBONUSECREDITIFISCALI:ABBIAMOFATTOCRESCEREILPAESE.ORAVOGLIAMOFARPAGAREIL CONTO ALLE IMPRESE?

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Da troppo tempo assistiamo a una narrazione del Superbonus come se fosse stato esclusivamente un disastro per i conti pubblici. Si parla continuamente dei costi, ma troppo poco della ricchezza prodotta, dell’occupazione generata e delle migliaia di piccole imprese che hanno lavorato.

Proviamo a ragionare sui numeri, senza pregiudizi e senza proclami.

Secondo le stime SVIMEZ, il Superbonus ha contribuito alla crescita del PIL italiano per circa 3,6 punti percentuali nel periodo 2021-2024, con un incremento occupazionale stimato in 429.000 lavoratori.

Tra il 2020 e il 2023, il rapporto debito/PIL italiano è passato da circa il 155% al 134%, riducendosi di oltre 20 punti percentuali.

Naturalmente non possiamo attribuire questa riduzione esclusivamente al Superbonus: hanno inciso anche la ripresa post-Covid e l’inflazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il contributo del settore delle costruzioni alla crescita del Paese.

Il vero elemento innovativo, a mio avviso, è stato il sistema della circolazione dei crediti fiscali.

Attraverso lo sconto in fattura e la cessione del credito, abbiamo trasformato benefici fiscali futuri in investimenti immediati, consentendo alle famiglie di riqualificare gli immobili e alle imprese di produrre, assumere e generare ricchezza.

Questo meccanismo ha dimostrato una grande capacità di mobilitare risorse, pur presentando costi e criticità che non possiamo ignorare.

E qui nasce una domanda che forse qualcuno considera scomoda: questo modello economico potrebbe mettere in discussione alcuni equilibri dell’attuale sistema economico e finanziario mondiale?

La possibilità di utilizzare crediti fiscali trasferibili per finanziare investimenti produttivi potrebbe ridurre, almeno in parte, la dipendenza delle imprese dai tradizionali canali bancari.

Non voglio immaginare complotti o interessi nascosti senza prove. Ma ritengo legittimo chiedersi perché questo modello non venga approfondito maggiormente come strumento di politica industriale.

Forse perché siamo troppo abituati a considerare il credito bancario e l’indebitamento come le principali strade per finanziare lo sviluppo?

Non pretendo di avere tutte le risposte, ma credo che questa possibilità meriti un confronto economico serio, libero da pregiudizi.

C’è poi un’altra questione fondamentale.

L’Europa ci chiede di riqualificare il patrimonio immobiliare, riducendo i consumi energetici medi degli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035.

Perché non cogliere questa occasione per rilanciare l’economia italiana?

Io immagino un nuovo incentivo selettivo al 65%, accompagnato dalla possibilità di cedere i crediti fiscali, con regole certe, controlli rigorosi, tetti di spesa e particolare attenzione alle famiglie meno abbienti.

Un programma che metta al centro le piccole imprese, che costituiscono la struttura portante del settore delle costruzioni, valorizzando anche il ruolo della cooperazione.

Soprattutto nel Mezzogiorno, dove dobbiamo affrontare contemporaneamente due grandi sfide: rendere gli edifici energeticamente efficienti, ma prima ancora metterli in sicurezza dal rischio sismico.

Ma c’è una questione sulla quale non sono disposto a fare passi indietro: la tutela delle imprese che hanno lavorato onestamente, rispettando le leggi dello Stato.

Migliaia di imprese hanno aperto cantieri, assunto lavoratori, acquistato materiali, pagato fornitori, versato contributi e imposte. Hanno investito risorse proprie e assunto responsabilità sulla base di norme approvate dallo Stato italiano.

Non hanno inventato il Superbonus. Non hanno stabilito le percentuali degli incentivi, né deciso le modalità di compensazione dei crediti fiscali.

Hanno semplicemente applicato una legge dello Stato, facendo il proprio lavoro.

E oggi, dopo aver contribuito alla ripresa economica del Paese, rischiano di essere considerate responsabili delle conseguenze di scelte politiche e finanziarie che non hanno determinato.

Con la proposta di Legge di Bilancio 2027 si prospettano modifiche ai tempi di utilizzo dei crediti fiscali già maturati.

Se queste modifiche dovessero incidere sui crediti legittimamente acquisiti e sulla programmazione finanziaria delle imprese, le conseguenze potrebbero essere pesantissime.

Un credito fiscale non è un numero scritto su un foglio. Per un’impresa rappresenta liquidità programmata, stipendi da pagare, fornitori da saldare, contributi da versare e posti di lavoro da salvaguardare.

Cambiare le regole dopo che i lavori sono stati eseguiti significa mettere a rischio la continuità aziendale di tante piccole realtà che non dispongono delle riserve finanziarie delle grandi imprese.

E quando chiude una piccola impresa non scompare soltanto una partita IVA. Si perdono competenze, professionalità, occupazione e un pezzo del tessuto economico e sociale del territorio.

Non si continui a giustificare tutto con la solita storia delle frodi!

Chi ha truffato lo Stato deve essere perseguito e chiamato a rispondere delle proprie responsabilità.

Ma è inaccettabile utilizzare il fenomeno delle frodi per mettere indistintamente sotto accusa un intero settore produttivo.

Parliamo di imprese e professionisti seri, onesti, qualificati, che hanno rispettato le norme, sostenuto costi reali e realizzato opere concrete.

Non possiamo accettare che chi ha rispettato le regole venga penalizzato per gli errori di chi quelle regole le ha scritte o per gli illeciti commessi da altri.

La certezza del diritto e la tutela dell’affidamento non possono essere principi richiamati soltanto quando fanno comodo.

Uno Stato credibile deve assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e garantire condizioni di stabilità a chi investe e lavora.

Non sostengo che gli incentivi possano essere finanziati senza limiti. Sostengo che dobbiamo valutare gli investimenti considerando anche il gettito fiscale generato, l’occupazione, la crescita economica e i benefici energetici.

La mia riflessione è semplice.

Abbiamo sperimentato uno strumento capace di attivare investimenti e sostenere l’economia reale. Abbiamo conosciuto anche i suoi limiti. Ora abbiamo l’opportunità di costruire un modello migliore, finanziariamente sostenibile e compatibile con gli obiettivi europei.

Perché non aprire finalmente un confronto nazionale sulla circolazione dei crediti fiscali come strumento di politica industriale e di sviluppo economico?

Ma prima ancora dobbiamo affrontare un’emergenza: tutelare le imprese che hanno crediti fiscali legittimamente maturati, garantire la certezza delle compensazioni previste e impedire che nuove disposizioni provochino crisi di liquidità e chiusure aziendali.

Non possiamo pretendere crescita senza investimenti, transizione energetica senza risorse e fiducia dalle imprese mentre continuiamo a cambiare le regole.

Difendere queste imprese non significa difendere il Superbonus a prescindere. Significa difendere il lavoro, la legalità, la dignità imprenditoriale e la credibilità stessa dello Stato.

E su questo credo sia necessario che associazioni imprenditoriali, organizzazioni cooperative, professionisti e lavoratori facciano sentire insieme la propria voce, attraverso un confronto pubblico e una mobilitazione civile e democratica.

Perché le piccole imprese non possono essere chiamate a pagare, da sole, il prezzo delle scelte dello Stato.

Basta proclami. Mettiamo i numeri sul tavolo, rispettiamo gli impegni assunti e troviamo il coraggio di costruire una politica economica che guardi al futuro.

LE IMPRESE HANNO RISPETTATO LE LEGGI DELLO STATO.

ORA CHIEDONO CHE LO STATO RISPETTI GLI IMPEGNI ASSUNTI NEI LORO CONFRONTI. PACTA SUNT SERVANDA. (I PATTI SI RISPETTANO).

a cura di Sabatino Nocerino – Progetto Civico Italia – Campania

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